23 novembre 2009

Proteste degli studenti, la copertina

Il 18 novembre circa 300 studenti di scuole e università milanesi si sono riuniti davanti al tribunale di Milano fin dalle 8.30 di mattina.

Nel montaggio di Flavio Bini il presidio davanti all'ingresso di via San Barnaba. Jimmy e Teo (alias Giammarco Peterlongo e Matteo Tunesi) il giorno prima avevano partecipato ad un altro corteo per le vie del centro ed erano stati fermati.

Gli studenti dell’istituto professionale Kandinsky e del liceo Manzoni, entrambi militanti nel centro sociale Cantiere, sono stati rilasciati verso le 12.00 dal giudice della direttissima che ha convalidato l’arresto, ma non ha disposto nessuna misura cautelare. Il processo il prossimo 25 novembre.

La copertina nella sezione on demand o http://www.youtube.com/watch?v=p421M558Q0Y



21 novembre 2009

Scuole civiche, ultima chiamata?


Il Comune di Milano ha deciso di tagliare sulle scuole civiche. L'istituo serale Gandhi di Milano sta per chiudere. Il perchè nel servizio nella sezione on demand o su:

http://www.youtube.com/watch?v=q0-mj9TuUoY




18 novembre 2009

La collinetta premi: win for life



A due mesi dalla nascita win for life, la lotteria Sisal che promette 4.000 euro al mese per 20 anni, è al primo bilancio. Per vedere il servizio clicca sulla sezione on demand oppure su:  http://www.youtube.com/watch?v=VNJ0mExe_Cw

10 novembre 2009

Quando si ruba un pallone a un bimbo


È automatico: scrivi Brasile e pensi ai pentacapeao di calcio. Scrivi Brasile e pensi al carnevale di Rio, alle ballerine. Ai gol di Pelè, alle fughe di Ronaldo, ai trofei di Cafu. Poi, scrivi Brasile e immagini due luoghi: il Maracanà e la spiaggia di Copacabana.

Lì dove il pallone è più di un passatempo. Lì dove sono nati, cresciuti campioni verdeoro. Lì dove il calcio è molto più di un gioco, di una passione. A Copacabana il futbal è un modo di vivere. È quasi una religione. Ebbene, il sindaco di Rio, Eduardo Paes ha voluto sfidare gli dei: niente più pallone sulla spiaggia per dare una nuova immagine alla città che ospiterà i mondiali di calcio 2014 e i Giochi Olimpici del 2016. Non c’è decoro in colpi di tacco, rovesciate, esultanze ad un passo dall’oceano, secondo lui. Così 396 agenti vigileranno. Come degli arbitri severi con fischietto: «Alt, niente più dribbling, niente più giocate spettacolari. Via, via, via».


E poco importa se quella spiaggia ha regalato al Brasile (e non solo) classe autentica come quella di Branco, di Edmundo, di Romario. La tradizione può essere cancellata e le divinità possono essere sfidate. D’altra parte «Ordine e progresso» è la scritta sotto la bandiera brasiliana. Così va fatto, senza se e senza ma.

Non vogliamo entrare nella scelta del sindaco. Ma Copacabana non è uno stadio violento. Non dovrebbe essere trattato come i campacci di tutto il mondo, dove si gioca a porte chiuse. Copacabana è un tempio. Ed è un posto speciale. Che regala gioia anche – e soprattutto – a quei bambini delle favelas che sperano di diventare come i loro dei: «Guarda, guarda sono Kakà. E io Julio Cesar». Tutto questo, da gennaio non sarà più possibile. Ed è come togliere il pallone ad un bambino di 10 anni. È più decoroso, certo. Ma è così crudele.

07 novembre 2009

L'intervista a Beppe Severgnini

Il 6 novembre ho intervistato Beppe Severgnini durante una lezione tenuta a Sesto San Giovanni alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi / IFG.

Per vederla clicca sulla sezione on-demand della web tv alla tua destra, oppure vai su:

31 ottobre 2009

A Verona il paratutto è un amico di Diego


29 ottobre 2009

La febbre suina nello sport


25 ottobre 2009

Novara e Cremonese la vetta in due giorni


18 ottobre 2009

La svolta per la B dei tre uomini gol


09 ottobre 2009

Frosinone, 11 apache al comando

Undici apache che corrono come frecce, uno stregone attento a ogni dettaglio e già qualche scalpo importante. È il Frosinone di Francesco Moriero. Comanda la Serie B, riceve complimenti per il gioco, l’organizzazione, il giusto mix di giovani e veterani. E ogni stregone che si rispetti ha i suoi segreti: gli ingredienti che fanno del Frosinone la squadra più veloce. E non solo del west.

COMPATEZZA Primo ingrediente: costruire il gruppo. Moriero ha pianificato tutto, fin da subito. Ha chiesto Aurelio, Basso e Caetano. Tutti dal Crotone, la sua ex squadra. Ragazzi che conoscevano già l’allenatore, il suo modo di lavorare e la sua voglia di vincere. Si è poi affidato a Armando Ortoli, d.s. del Frosinone. Ecco arrivare, quindi, Jefferson in prestito dalla Fiorentina, voluto fortemente dopo averlo visto al torneo di Viareggio dell’anno scorso; Basha, in comproprietà dal Rimini; Troianiello dal Foggia. Un mercato, secondo Ortoli: «attento al portafogli e che ha monitorato tutti i campionati minori. È una nostra strategia». E gli eventuali problemi di esperienza? Apparentemente nessuno. Contro il Piacenza c’erano sei giocatori provenienti dalla Lega Pro. Risultato: vittoria e primato solitario.

LAVORO Secondo ingrediente: sudare divertendosi. Gli allenamenti del Frosinone si basano sulla rapidità. Scatti, ripetute, resistenza. «Siamo fortunati – dice Paolo Traficante, preparatore atletico - perché facciamo esercitazioni con la palla ad alta intensità. Questo ci ha dato la possibilità di andare forte. E i ragazzi si divertono. Lavoriamo tanto: due ore al giorno. Il mister ha le sue idee, eravamo insieme al Lanciano. Ma c’è da dire che c’è una grossa predisposizione genetica dei giocatori. Tutti si sentono parte del progetto, così danno il massimo in ogni situazione».

APPLICAZIONE Terzo ingrediente: la mentalità. I ragazzi di Moriero scendono in campo consapevoli della propria forza. Massimo rispetto per l’avversario, certo. Ma con una sola cosa per la testa: applicare ciò che è stato provato durante le settimana. E farlo più velocemente possibile. Non stupisce, quindi, se Robert Gucher, austriaco classe 1991, dopo il suo esordio ha detto: «Nessuna emozione, ero prontissimo. Sapevo già cosa fare in campo». Già, sanno bene cosa fare gli apache del capotribù Moriero. E proprio il Crotone avrà il compito più difficile: fermare queste frecce.

23 settembre 2009

Romario, dal calcio alla politica


19 settembre 2009

La situazione della 1a divisione


18 settembre 2009

Dopo la Champions: i protagonisti


06 settembre 2009

Portogallo e Ronaldo sul baratro




20 luglio 2009

«Pane, amore e salamella»,
così curo Milano

Valeria Venturi è un’allegra signora che vende panini di notte in un chiosco. Non in uno qualsiasi. Quello in viale Argonne. Quello delle Zie, delle Signore o volgarmente delle Luride. A Milano ce ne sono 133 come il suo. Sembrano tutti uguali. Ma chi ha meno di 40 anni ha già capito. L’ha già visualizzato. Impossibile non aver mangiato almeno una volta una salamella ripiena con peperoni, wurstel, cipolle, tabasco, pepe. E chi più ne ha, più ne metta.

«Un panino con tutto», dopo una serata con gli amici. Quando l’alba bussa, ma non si ha voglia di tornare a casa. Quando si ha fame, ma la città dorme. Un passaggio continuo di ragazzi e ragazze. Così, tutte le sere, da dieci anni. Il chiosco è piccolo. Valeria e sua figlia («la nostra è una conduzione familiare. Mia figlia gestisce anche un altro chiosco in piazza Ascoli») vanno tutti i giorni a fare la spesa. Iniziano a preparare tutto il necessario nel tardo pomeriggio. La notte bisogna essere pronti perché i clienti non mancano.
«I giovani d’oggi sono come quelli di ieri e dell’altro ieri. Ci sono quelli educati e gentili. Quelli insolenti e sgarbati, quelli violenti e disperati», scrive Valeria. Sì, scrive. Perché ha preferito parlare con l’aiuto di una penna. Risponde alle domande e chiude la sua storia in una busta. «Come si faceva una volta. E anche perché così siamo più sicuri». La signora Venturi ha 57 anni appena compiuti. È gentile e, vedendola lavorare nel cuore della notte, si capisce perché il suo chiosco è luogo cult per Milano.
Facebook compreso, visto che c’è addirittura un gruppo dedicato «alla maestria nel preparare un arabo con qualsiasi tipo di condimento» con quasi 3.000 iscritti. Tutti i commenti sono un tributo a lei, ai panini. All’istituzione chiosco. «Il mio weedend non è un weekend senza il loro sandwich».

«Faccio questo lavoro dal ’99» continua, «prima ero cuoca per il Comune, ma poi le mense sono state privatizzate. Una notte ho dato una mano ad un amico in una piccola cucina sulla strada. E da lì è cominciato tutto». Si licenzia, investe la liquidazione e comincia a farcire panini per tutti i milanesi. La voce si sparge e arriva anche qualche Vip. «Sì, qualche calciatore come Nicola Ventola. Era un pinella dell’Inter quando è venuto qui. Anche qualche comico di Zelig come Ale e Franz. Niente di che». Lo confida quasi arrossendo.
«Ne ho viste di tutti i colori in questi anni. Ma non si può generalizzare sui giovani. Né sulla città. Vedo che mancano i valori. Quelli che aiutano a costruire. Non a distruggere». Valeria fa forse riferimento alle risse del sabato sera. Scoppiate di recente anche in piazzale Susa, poco distante dal suo chiosco. «La nuova generazione deve essere educata con amore. Il rischio di una deriva è alto. Ci vuole gentilezza. E disciplina. Se tutto ciò manca avremo sempre più giovani intossicati, più infelici. E Milano non potrà fare altro che leccarsi le ferite».

Sembra preoccupata, Valeria. Teme per la sua città. «Mio padre è venuto qui dall’Emilia quando c’era la guerra e i tedeschi minacciavano di distruggere tutto. Anche la fabbrica dove lavorava. Sono cresciuta qui con le mie sorelle. Io sono la più ribelle. Ma è impossibile non affezionarsi a queste strade, a questi palazzi». Cosa fare quindi, per evitare che la metropoli rischi di essere ferita. Per evitare che perda la sua anima? «Ai ragazzi non basta un tetto ed un frigo pieno. Non serve dare tutto, comprare tutto. Bisogna proteggerli insegnare loro il valore del lavoro e dello studio. Dire spesso: ti voglio bene». Perché per Valeria l’amore è l’ingrediente segreto. Perché un sorriso mentre si placa la fame della notte aiuta non solo a vendere. Aiuta, forse, a rimarginare le ferite.

30 giugno 2009

Ecco il pallone 2009-2010
Abete: «Moggi rispetti sentenze»

Si chiama Total 90 Ascente. È il nuovo pallone Nike con cui si giocherà la prossima Serie A, B, il campionato primavera e la Coppa Italia. Presentato martedì mattina in Lega Calcio dal commissario straordinario Giancarlo Abete e dal general manager di Nike Italia Andrea Rossi, il pallone Nike è bianco rosso. Un pallone di ultima generazione, frutto di studi e di ricerche, testato in galleria del vento. Composto da tre strati, dovrebbe garantire maggiore precisione e soprattutto evitare l’effetto floatting, vero spauracchio dei i portieri. Che avevano invocato negli scorsi anni l’utilizzo di un unico pallone, per adattarsi alle traiettorie impazzite. Il nuovo pallone farà il suo debutto il prossimo 8 agosto a Pechino in occasione della finale di Supercoppa TIM, Inter-Lazio.

A margine della presentazione, il presidente Abete ha fatto un bilancio sulla stagione appena conclusa. Parla di Nazionale: «Ci aspettavamo un giugno migliore. Lippi dovrà ringiovanire la squadra, ma abbiamo una Under21 forte, anche se non ha vinto». Ma soprattutto si ferma sul possibile rientro nel mondo del calcio di Luciano Moggi. Il Bologna vorrebbe coinvolgerlo come consulente esterno: «Non si può fare un processo alle intenzioni - ha risposto Abete - Però chi fa parte del sistema sportivo deve riconoscere le decisioni della giustizia». Un duro richiamo al rispetto delle sentenze, quindi. Tanto per essere chiari. Tanto per evitare il ritorno di Big Luciano.

Articolo scritto con Luciano Cremona

Le emozioni del calcio

Servizio radio a cura di

Luciano Cremona
Goffredo d'Onofrio
Fabio Manfreda

video

29 giugno 2009

Quasi impresa USA,
al Brasile la Confederations Cup

Avviso ai naviganti: il Brasile è forte. E questo si sapeva. Ma sa anche soffrire, rimontare 2 gol, essere compatto e giocare all'europea. E questo si sapeva un po' meno. Agli USA non bastano 45' strepitosi e il doppio vantaggio. Finisce 3-2 per i verdeoro che vincono la loro terza Confederations Cup. Gli Usa escono sconfitti dall’Ellis Park con l'amaro in bocca. Hanno sfidato gli dei e sfiorato l’impresa.

AMERICAN DREAM — Il Brasile parte piano. Forse un eccesso di confidenza visti i tre gol rifilati agli States nel girone. Bob Bradley, dopo aver fatto fuori la Spagna in semifinale, punta al 4-4-2. Compatto, non bellissimo, ma efficiente. Alla prima occasione vanno in vantaggio. È il 10' Spector crossa dalla destra, Dempsey si inserisce, Lucio lo perde. Destro a incrociare, Julio Cesar non ci arriva. E forse è colpevole. Da qui comincia un'altra partita. Gli USA si chiudono, provano a ripartire in contropiede. Il Brasile non ci sta e reagisce. Maicon asfalta la fascia destra e continua a mettere cross. È un vero forcing. Anche da fuori area. Ma Howard è sempre attento su Robinho, Felipe Melo e appunto Maicon. Sembra solo questione di tempo. Ma arriva il 2-0. In contropiede, in campo aperto. Palla con il goniometro di Davies per Donovan, che mette a sedere Ramires e di sinistro fulmina Julio Cesar. Gli USA sognano e chiudono il primo tempo così, in vantaggio. Fantastici.

BRASILE FABULOSO — Sofferenza e carattere. Bastano 44'' a Luis Fabiano per cambiare le sorti del match. O fabuloso si gira in un fazzoletto e trafigge Howard di sinistro. È il quarto gol per l’attaccante del Siviglia, ormai capocannoniere. Ora è il Brasile a comandare. Al 60' André Santos crossa da sinistra, Kakà colpisce di testa. Howard respinge forse da dentro la porta. Gol fantasma? Chissà. Quello che è certo è l'arrembaggio verdeoro. Che pareggiano al 73'. Gran numero di Kakà che se ne va a Bocanegra sulla sinistra. Palla dentro l'area per Robinho che colpisce la traversa. Sul tap-in ancora Luis Fabiano, sempre presente. Una frustata di testa per il 2-2. Dunga vuole vincere. Dentro Daniel Alves e Elano. Mossa decisiva, visto che il centrocampista del Mancester City telecomanda sulla testa di Lucio il corner del 3-2. È il 79', missione compiuta: fortino USA piegato. E trionfo Brasile.

PROVE GENERALI – È la terza vittoria, dopo quella del 1997 e del 2005. Se prima del torneo era la Spagna la squadra da battere, i ragazzi di Dunga hanno dimostrato di saper vincere. Senza peccare di presunzione, se non per i primi 45 minuti della finale. Perchè il Brasile fa gol in tutti i modi. Con azioni corali (Italia), all'ultimo minuto (Sudafrica), da corner (USA). Perchè Lucio ha fatto un torneo perfetto dimostrando di saper guidare la difesa. Perchè Felipe Melo e Gilberto Silva sono due mediani maturi. Perchè la classe di Maicon, Robinho, Kakà con il pragmatismo di Luis Fabiano formano una macchina perfetta. Una macchina che ha fatto il bollo e che è pronta per ritornare a vincere. Sempre qui, in Sudafrica. Tra un anno.

23 giugno 2009

Under avanti. 2-1 alla Bielorussa ora semifinale con la Germania

Avanti Italia. Avanti contro la Germania in semifinale. Gli azzurrini vincono 2-1 con la Bielorussia. Non c’è Mario Balotelli (una sola giornata di squalifica) e allora è Acquafresca a vestirsi da super, segnando una doppietta. Casiraghi conferma il 4-3-3 con Abate sulla fascia destra e Giovinco sulla sinistra a completare il tridente. Kurnenin preferisce Volodko e schiera un più prudente 4-4-1-1.

OCCASIONI E PAURA - Al 6’ Abate raccoglie da fuori area un passaggio di Cigarini. Il suo tiro, però, finisce di poco fuori alla destra di Chesnovski. Si fa subito male De Ceglie (distorsione, semifinale in dubbio), dentro Dessena. La Bielorussia, però, fa sfogare l’Italia, contiene come può il tridente e si affaccia dalle parti di Consigli. Al 15’ gran botta da fuori di Krivets di poco alta. Poi è Bocchetti in affanno che recupera in extremis su Komarovski. L’Italia si scuote e inizia a collezionare palle gol. Giovinco dalla bandierina trova Criscito in proiezione offensiva, ma il suo colpo di testa viene respinto sulla linea da Afanasiev, forse con il braccio. Non è finita. È ancora angolo. Abate ci riprova da fuori. Chesnovski respinge in corner. Solo Italia. Bocchetti svetta più in alto di tutti. Sembra gol, ma ancora Afanasiev salva a portiere battuto. Criscito poi ci riprova di testa tutto solo dal dischetto del rigore. Fuori. È assedio. E quando la palla non vuole entrare, fatalmente, arriva il vantaggio bielorusso quando fa più male. La testa è già negli spogliatoi. È il 45’ e Kislyak servito da Shitov inventa un gran gol in controbalzo che lascia immobile Consigli. Una mazzata. Ma l’Italia reagisce in un giro di orologio. Fallo di mano netto di Afanaisev in area. Rigore e gol di Acquafresca che spiazza Chesnovski. Sospiro di sollievo e semifinale più vicina.

ANCORA ROBERT, ‘GIOVINCIAMO’ – Nella ripresa l’Italia accelera, ma perde una pedina fondamentale. Marchisio, diffidato, si fa ammonire al 50’. Niente Germania per lui. E’ allarme centrocampo. Casiraghi passa al 4-4-2. Dentro Candreva (centrocampista del Livorno) fuori Abate che ha speso molto. Il nuovo entrato ha tecnica e visione di gioco. Al 64’ serve Giovinco dietro la difesa che prova il tunnel al portiere in uscita. Palla respinta. L’Italia cerca il gol del ko. Che arriva al 74’ con un’azione corale. Motta per Giovinco che vede il movimento di Candreva nel cuore dell’area. Palla con il goniometro e passaggio in orizzontale per Acquafresca che, tutto solo, deposita in rete. È la sicurezza dopo qualche brivido. Accademia fino alla fine (traversa di Giovinco). Italia in semifinale. Robert, Sebastian e Supermario già scalpitano.


Teatro Parenti,
nasce la stagione 2009-2010

«Sentitevi parenti al Franco Parenti», suona come un slogan, è vero, ma Andrée Ruth Shammah, direttrice del teatro Parenti, presenta con entusiamo la stagione 2009-2010. Tanti progetti, tante idee e un chiodo fisso: «La parola ‘teatro’ non esce mai dalla bocca dei politici. Se sento ’spettacolo dal vivo’ sto male. Noi siamo degli aristocratici. E dobbiamo fare la nostra parte per questa Milano in crisi. Dobbiamo pretendere. Perchè il teatro è indispesabile per non andare al macello».

E allora attori noti, una compagnia stabile, spettacoli stranieri e italiani. «Sì, perchè da quando abbiamo riaperto abbiamo fatto diversi progetti, andiamo in giro per l’Italia. Vogliamo sconfiggere il pessimismo. Mentre tutti dicono quanto importante sia essere internazionali, mi sono accorta quanto anche per me la lingua non tradotta sia anche la lingua non tradita».

I nomi? Gene Gnocchi che inaugura lo spettacolo delle 22.30, una novità. Poi Giuseppe Genna, Fabrizio Gifuni – che non è lombardo e proprio per questo «interpreterà al meglio lo spettacolo L’ingegner Gadda va alla guerra». Infine, Massimo Ranieri che «ha chiesto proprio di noi. Abbiamo i camerini più belli di Italia». Non solo spettacoli, ma anche sconti per i residenti della Zona 4 di Milano. Tutto pur di riportare pubblico a teatro.

21 giugno 2009

Pareggio e tutti a casa.
Iraq - Nuova zelanda a reti bianche

Tutto come previsto. Pareggio a reti bianche tra Iraq e Nuova Zelanda. Ai ragazzi del giramondo Bora Milutinovic non riesce l’impresa - qualificazione. D’altra parte si affrontavano le squadre che meno hanno tirato verso la porta durante tutta la Confederations. Chiedere all’Iraq di segnare addirittura 2 gol davanti ad un avversario modesto, ma ordinato era troppo. Troppo anche per gli undici di Bora, il miracle man.

BLACKS PER UNA NOTTE. La Nuova Zelanda – in tenuta nera a richiamare la squadra di rugby – vuole riscattare la batosta spagnola e la scialba prestazione con i padroni di casa del Sudafrica. Mister Herbert conferma il 4-4-2 con Smeltz e Killen davanti. E nonostante la presenza del dilettante Scott, in campo dal primo minuto, qualcosa si vede. Tre occasioni tra il 28’ (Smeltz due volte) e il 31’ (Killen di testa). Tutte imprecise e deboli. Almeno per la grinta, però, la Nuova Zelanda sembrano gli all blacks. Iraq non pervenuto se non per qualche scambio tra Mohammed e Mahmoud.

IMPOSSIBILE SPERARE. Nel secondo tempo Milutinovic mette in campo prima il centrocampista Majeed poi la punta Al Zahra. Ma non cambia molto. «Per le cose difficili ci vuole tempo, per quelle impossibili più tempo», diceva il mago Herrera. Ma questo Iraq di tempo non ne ha più. E nemmeno il doppio vantaggio della Spagna (e la possibilità di qualificazione) dà una scossa al match. Poi, al 86’ l’occasione: Mahmoud mette Karrar davanti a Moss. Il laterale spara sul portiere avversario. A tempo scaduto un’ultima emozione con il salvataggio sulla linea di Lockhead su conclusione di Shaker. Escono tutti dalla Confederations cup. Avanti Spagna e Sudafrica. Che almeno qualche gol l’hanno segnato. Giusto così, quindi.

19 giugno 2009

Sergio Marchionne, il ritratto

Suo padre, carabiniere, lo accompagnava al campo tutte le domeniche. Da giovane sognava la maglia azzurra della nazionale di calcio, come terzino sinistro. Quella numero 3 sulle spalle. Poi, Sergio Marchionne ha lasciato perdere il pallone. Ha iniziato a viaggiare, a studiare per il mondo. A essere curioso di tutto.
«Una volta ero affezionato ai numeri dispari. Come Montezemolo. Arrivato alla Fiat ho cominciato ad amare anche quelli pari». Li ama tutti i numeri, Marchionne. Non può che essere così. Il suo ufficio, vicino a quello dell’avvocato Agnelli, è il 26. Un corridoio illuminato, vetrate che danno sulle Alpi piemontesi. Oltre al calciatore, Marchionne avrebbe voluto fare l’insegnante. Magari per dare qualche voto. Ancora numeri.
Ma poi tra Italia, Canada e Svizzera ha fatto in tempo a prendere tre lauree in filosofia, economia e giurisprudenza. Gli hanno dato il soprannome di super perché ha salvato la Fiat. Doveva mettere in fila altri numeri. Quelli dei bilanci. Un’impresa quasi impossibile.

«Ho cercato di organizzare il caos. Per un mese intero sono andato ogni domenica alla Mirafiori. Era come una casa dimenticata dalla sua famiglia, i costumi da bagno abbandonati insieme agli scarponi da sci, i libri in terra, la muffa nel frigo». Perché General Motors «ha giustamente pagato ciò che era nostro». Perché Chrysler ha ceduto al suo metodo («che è in realtà è un non metodo. Solo molto lavoro»).
Già, il lavoro. «Mi sveglio tutte le mattine alle 5. Sfoglio i giornali economici internazionali. Poi i nostri». Non in silenzio, però. Marchionne nel suo ufficio ha uno stereo enorme. A volte ascolta il chitarrista brasiliano Baden Pawell, altre volte musica classica. L’importante è che «il suono sia pulito».
Una passione che ha trasmesso anche ai suoi due figli, Alessio 20 anni e Tyler 15 anni. Vivono a Ginevra con la madre, mentre Marchionne – sempre con le valigie in mano – fa la spola da un appartamento in pieno centro a Torino. Dove ogni tanto gioca a scopone scientifico, fumando una sigaretta. Un’altra passione enorme. Carte dall’asso al re. Gioca con Gianluigi Gabetti, uno dei suoi più grandi amici in Fiat e un altro Sergio: Chiamparino, il sindaco di Torino. Gioca per vincere Marchionne. Con le carte e non solo. Ma «del potere non me ne frega assolutamente nulla». A Marchionne fregano i numeri. Da sempre. Il 3 della maglietta, i 30 e lode all’università, il 26 del suo ufficio. Fino al 4, come le lettere che compongono la parola Fiat di cui ora è il numero uno.

Egitto, vittoria storica. L'Italia nei guai

Adesso è dura. Per la qualificazione alle semifinali della Confederation’s cup l’Italia di Lippi non è artefice del proprio destino. Non più. Non dopo la sconfitta con l’Egitto. I campioni d’Africa vincono 1-0. Segnano con Homos, blindano con 4 difensori, un libero e un portiere in stato di grazia, El Hadary. Resistono anche all’assalto finale, Buffon in attacco compreso. Gli azzurri, buttano via il primo tempo (proprio come con gli USA) e nella ripresa vivono di fiammate. Troppo poco.

BEPPE DALL'INIZIO. Rientra Cannavaro al centro della difesa in coppia con Chiellini, dal primo minuto anche Giuseppe Rossi a fare il centravanti con Iaquinta e Quagliarella ai lati del tridente. L’Egitto si affida al libero Said (ex Bari, Fiorentina e Messina) alle incursioni di Fathi, al talento di Zidan e alla sorpresa Homos. I campioni d’Africa marcano a uomo e per i primi 20 minuti e l’attacco azzurro è disinnescato.

VANTAGGIO EGITTO. Al 25′ lampo – Rossi che, dopo una palla sporcata da Gomaa, calcia di poco alto. Pirlo è impreciso, De Rossi non è brillante e sulle fasce Zambrotta e Grosso sono bloccati. L’Italia è lenta. L’Egitto avanza. Al 39′ botta da fuori di Abd Rabou. Buffon ci mette i guanti e devia in angolo. È il campanello d’allarme. Aboutrika batte il corner, De Rossi si addormenta e Homos colpisce di testa dal dischetto del rigore. Palla in rete dopo aver toccato il palo alla destra di Buffon che resta immobile. Si chiude il primo tempo: poco ritmo, l’Egitto corre di più.

EL HADARY, IL FARAONE. Nella ripresa l’Italia parte più aggrssiva. Al 53′ Quagliarella taglia in due la difesa con un lancio di esterno destro per Iaquinta che aggancia da campione, ma spara su El Hadary in uscita. È l’inizio di una sfida personale. Lippi prova a dare una scossa al match. In 6 minuti dentro Toni, Pepe e Montolivo per Rossi, Quagliarella e Gattuso. Aumenta la pressione. Prilo al 62′ va vicino al gol su punizione (fuori di poco). Poi, secondo atto Iaquinta - El Hadary che para di piede. L’Egitto si arrocca. Dieci uomini dietro il pallone e continue perdite di tempo. Al 73′ Montolivo a rimorchio non è freddo e spreca. Arrivano, inevitabili, anche i contropiede. Prima Hassan non approfitta di un errore di Cannavaro. Poi Chiellini si fa scavalcare dal pallone lasciando un’autostrada ancora a Homos che non trova il tempo giusto per servire il compagno.

SCIUPONE L'AFRICANO. Tutto finito? C’è ancora tempo per il terzo atto e ultimo atto. Iaquinta questa volta calcia al volo di sinistro a incociare. Sembra fatta, ma El Hadary para cadendo in controtempo. L’attaccante della Juve non ci crede, si dispera e guarda incredulo il replay dal maxischermo. L’Egitto ormai non ha più la forza di attaccare. Sono tutti in the box a difendere l’1-0. E quando ancora Iaquinta colpisce l’incrocio dei pali con un cross sbagliato dalla destra, si capisce che non è serata e che la partita è finita. Forse anche la nostra Confederation’s cup.

16 giugno 2009

Iran, l'esperto: presto per una rivoluzione di velluto

Elezioni in Iran. Tra accuse di brogli, riconteggio delle schede, manifestazioni e morti (7 secondo le Reuters e l’agenzia iraniana Fars), alcuni commentatori hanno salutato con entusiasmo i moti popolari di questi giorni. Michele Brunelli, docente di Storia dei paesi afro-asiatici all’università di Bergamo e esperto di Iran ne ha parlato con noi.

Ci sono analogie con le manifestazioni di 30 anni fa?
In effetti questo è un punto sottovalutato da molti. Che forse dà il polso della situazione. Da un lato c’è l’aspetto della pericolosità, con gli incidenti e i morti nelle piazze. Dall’altro c’è l’innovazione, l’aspetto nuovo: la rivoluzione di 30 anni fa era nata con moti popolari. E proprio il fatto che continuassero a ripetersi è stata una delle prime cause che hanno spazzato via lo Scià. È però azzardato parlare di rivoluzione di velluto. Almeno per il momento.

Chi sta con Ahmadinejad?
C’è la Guida Suprema della Rivoluzione Khamenei (che gestisce la politica economica e interna, ndr), ma non è detto che tutta la componente clericale sia con Ahmadinejad. Il mondo politico iraniano è molto frammentato. Ci sono interessi superiori. Tanto è vero che, se si guarda il gruppo familiare di Rafsanjani, non tutti si sono schierati contro il presidente uscente. Anche un certo tipo di popolazione sta con lui: chi abita nelle zone rurali. E anche chi vive in contesti urbani relativamente poveri. Una delle mosse a sorpresa per entrare nelle città come Teheran e convincere l’elettorato è stato quello di concedere una serie di mutui a tasso agevolato per l’acquisto di case.

Chi sta con Moussavi?
Tutti quelli che non stanno con Ahmadinejad. La figura di Moussavi è molto importante e molto particolare (già primo ministro durante la guerra Iran-Iraq, la cosiddetta guerra imposta, ndr). E’ sostenuto da gran parte dei giovani. Che non sono pochi visto che il 60 percento della popolazione iraniana è sotto i 30 anni. E’ l’oppositore di Ahmadinejad e questo è sufficiente.

Si prevedono nuove manifestazioni. C’è il rischio che il numero della vittime aumenti? Ci sono tantissimi giornalisti internazionali, quindi presumo che ci sarà poca violenza. Si sono accesi i riflettori e ora tutto il mondo sta guardando l’Iran. Le forze di polizia potrebbero prendere coscienza di tutto questo.

Si è davvero pronti per ricontare i voti? Dipende molto dalla Guida Spirituale. Già che abbia considerato l’opzione è un’apertura verso le manifestazioni di massa. Tra oggi e domani si deciderà sul da farsi: se la pressione della piazza minaccerà l’esistenza stessa della Repubblica Islamica iraniana, allora si riconteranno. E forse Moussavi potrà addirittura vincere.

11 giugno 2009

Cow sharing e carne per tutte le religioni, così si batte la crisi

Prima c’erano i prodotti a marchio D’Origine Controllata (Doc). Poi è arrivata anche quella Garantita (DocG). Infine, in tempi di crisi, è nato un altro certificato: quello religioso. Antonio Fernando Salis è un allevatore e produttore di Ploaghe, in provincia di Sassari. La sua azienda, «La geniuna» punta ad un mercato in ascesa in Italia: quello degli alimenti per gli immigrati musulmani o di religione ebraica.

Carne di pecora e capra, salami di ogni genere. Tutto secondo le regole halal (islam) e kosher (ebraismo). L’imam o il rabbino certificano la produzione e la carne può essere mangiata, rispettando Corano o Bibbia.

Il mercato della carne in Europa vale quasi 67 miliardi di dollari. I musulmani in Italia sono 1,4 milioni. Questa iniziativa non è passata inosservata. La Coldiretti ha deciso di premiarla a Roma, la mattina dell’11 giugno, con l’Oscar Green, il riconoscimento per l’innovazione dell’agricoltura. Per battere la crisi, certo. Ma anche per gratificare chi si è ingegnato in questo momento di recessione. Come Ferdinando Cornalba che ha puntato tutto sul cow pooling. La sua azienda consente alle famiglie di comprare una mucca intera. O parti di essa. Per poi dividersi la carne in un secondo momento. L’idea è stata copiata e riadattata dagli States. Dopo la condivisione della macchina e della bici ora, si condivide anche la mucca. Per risparmiare e per uscire dalla crisi.

05 giugno 2009

Dopo 27 anni di rapimento
Facebook unisce famiglia

Quando la rete viene in soccorso alla realtà. Ed è meglio degli investigatori in carne e ossa. Molti lo considerano dannoso, perché distrae le persone dal lavoro, ma Facebook può anche essere utile. Provvidenziale. Può confermarlo una donna inglese di 62 anni, che ha ritrovato suo figlio, rapito 27 anni fa dal padre quando aveva soltanto tre anni. Tutto grazie ad una tastiera, un pc ed un collegamento internet. Un profilo con foto e riferimenti. Là dove le Scotland Yard aveva fallito è riuscita la tecnologia.

Avril Grube, che vive a Poole nella contea del Dorset, aveva perso ogni contatto con suo figlio Gavin Paros. Il padre non lo aveva più riportato a casa dopo un fine settimana trascorso insieme. Un viaggio verso l’Ungheria. Poi, il silenzio. Era anche riuscito a ottenere la custodia del bambino, dopo la fine del loro matrimonio. La donna aveva dato l'allarme alle autorità dei due Paesi e aveva anche scritto al primo ministro britannico dell'epoca, Margaret Thatcher. Invano.

Il contatto è stato riallacciato grazie alla sorella minore di Grube, Beryl Wilson (59 anni), che ha notato a marzo il nome di suo nipote su Google. Il motore di ricerca l'ha successivamente portata sulla pagina Facebook di Gavin Paros, che citava il nome della madre. Era stato ritrovato. «Appena ho visto il suo profilo, ho telefonato a mia madre e le ho detto "ho una notizia importante". Le ho suggerito di sedersi e ho ascoltato un grido di liberazione», ha detto l’investigatrice virtuale.

Avril Grube, da poco dimessa dall'ospedale dopo un ictus a Natale, ha rivisto suo figlio questa settimana, per la prima volta dalla loro separazione, nella sua abitazione nel Dorset. Con un piccolo problema linguistico. Gavin non parla inglese ed è stato necessario un traduttore. Virtuale, ovviamente.

03 giugno 2009

Si finge avvocato per 15 anni
smascherata a Pompei

Una carriera forense perfetta. Laurea alla Federico II di Napoli, studio legale aperto a Pompei e Modena. E tanti clienti. Quindici anni di onorata carriera. Ma era tutto falso. La toga, le cause e le arringhe. Giuditta Russo, 39 anni non ha sostenuto nemmeno un esame.

Tornava a casa con il libretto pieno di bei voti e li mostrava con orgoglio a mamma e papà. Fino alla finta discussione di laurea. «Non venite, mi emoziono – aveva detto – festeggiamo direttamente al ristorante».

Laurea con il massimo dei voti, ovviamente. E professione forense spalancata. Ma è arrivata la magistratura. Quella vera. Cinque anni di reclusione per «esercizio abusivo della professione forense, di quella di consulente finanziario e truffa» per il Tribunale di Torre Annunziata.

Esempi. Qualche anno fa la Russo perde una causa, ma al cliente non dice nulla. In qualche modo racimola i cento ventimila euro che i due patrocinati devono incassare. «Io non ho trattenuto niente per me – ha precisato – non l’ho fatto per danneggiare nessuno. Ora voglio restituire tutto quello che ho preso».

Sì, perché il finto avvocato (che ha pubblicato anche un libro sulle sue vicende Confessioni di un avvocato senza laurea, Cairo Publishing) ne ha perse diverse di cause. Ma spesso non diceva nulla ai suoi clienti. Per coprire i suoi errori ha continuato a chiedere prestiti ad amici e conoscenti. Ora c’è un debito di un milione di euro. I soldi, però, sono veri.

29 maggio 2009

Crisi, Draghi: «Non alimentiamo false speranze»

«Meno tensioni nei mercati finanziari. Ci sono segnali incoraggianti. Ma la politica può fare di più». Per uscire dalla crisi il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha chiesto al governo di fare la sua parte. Gli annunci da soli non bastano perché «non bisogna alimentare false speranze», ha aggiunto. Draghi, ha poi sottolineato quanto sia difficile «individuare con certezza una inversione ciclica». La relazione tocca più volte anche il tema del lavoro. E c’è preoccupazione perché «i lavoratori che cercano impiego potrebbero passare dal 8.5% al 10%».
STABILITÁ – Bolla speculativa immobiliare e sopravvalutazione del ruolo della finanza. Draghi si è riferito anche alla «politica monetaria accomodante» ed ha chiesto al Fondo monetario internazionale maggiore responsabilità. Incoraggiante che i maggiori paesi abbiano accettato di essere esaminati. Ne vale la stabilità.
CRISI IN ITALIA – Il Pil è in recessione: meno 5 percento. Un punto in meno rispetto al 2008. In più il «crollo della domanda estera ha provocato una forte contrazione della produzione e degli investimenti». Molte imprese hanno chiuso o licenziato. La Banca d’Italia stima che «1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato - ha aggiunto Draghi - oltre 800mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese». C’è il rischio di un peggioramento nel mondo del lavoro. Anche perché il nostro sistema di protezione sociale è frammentato.
LE IMPRESE – Le aziende più solide riusciranno a non affondare. Anche se più del 40% dovranno ridurre personale. «Alcune si potranno addirittura avvantaggiare dalla crisi. Ci sono anche altre che, puntando all’espansione, ora sono indebitate».
L’ECONOMIA SOMMERSA – Si può valutare la possibilità di «estendere come in altri paesi, le forme di garanzia pubblica sui prestiti». E combattere così l’economia nera. Che, secondo Draghi, è «stimata in più del 15% dell'attività economica». Un dato preoccupante che può «accresce l'onere imposto ai contribuenti ligi al dovere fiscale. È un fattore che riduce la competitività di larga parte delle imprese, determina iniquità e disarticola il tessuto sociale. Progressi nel contrasto alle attività irregolari»
LE BANCHE – Numerose operazioni di fusioni e acquisizioni. Questa la ricetta per la solidità dei nostri istituti di credito. «La crisi ha colto il sistema bancario quando si stavano sperimentando nuove forme di governance». Il sistema resta comunque incentrato sulla grande «intermediazione creditizia tra imprese e famiglie», ha concluso Draghi

28 maggio 2009

Champions 2009, le pagelle

V. Valdes 6,5 - Primi dodici minuti da incubo. Ronaldo ce l’ha con lui. Se la cava con l’aiuto di Piquet al centesimo secondo del match. Aveva respinto corto. Una chiusura sul portoghese nel secondo tempo. Poi, la gloria.

C. Puyol 6,5 - Gioca da terzino destro contro Rooney. Fanno a sportellate tutta la partita. Ne esce vincitore re Carlos. Che alza la coppa e rischia di segnare con un colpo sotto. Gladiatore.

G. Piquè 7 - Diagonali, colpi di testa in chiusura. Neanche una sbavatura. Gara maiuscola. Da ex perfetto e vincente.

Y. Tourè 6,5 - Pep Guardiola gli chiede di giocare centrale in difesa. Lui ci mette l’esperienza e la fisicità. Argina sua maestà Ronaldo.

M. Sylvinho 6,5 - Non si scompone e tiene la posizione. Da lì si passa poco.

H. Xavi 8,5 - Brilla di luce propria. Entra in campo 5 minuti dopo gli altri. Giusto in tempo per ricordarsi che il Barça è lui. Riesce a far segnare Leo Messi di testa. Passaggi, punizioni, accelerazioni, inserimenti, contrasti. È il miglior centrocampista del mondo.

S. Busquets 6,5 - Mastino. Aiuta nella ragnatela di passaggi tipici del Barcelona. Ma soprattutto annulla Giggs.

A. Iniesta 8 - Si butta dentro nello spazio bruciando Anderson e servendo Eto’o. Come Penelope, tesse la tela. E fa tornare nella blaugrana Itaca la coppa dalle grandi orecchie dopo 3 anni. Ai proci inglesi la sconfitta. A lui l’epica.(46 st, Pedrito sv)

L. Messi 8 - Prima fa sfaldare lo United. Nel secondo tempo butta dentro il 2-0 di testa. E strappa dalle mani di Ronaldo il pallone d’oro. Si gode la coppa. La liga. La copa del re. Una triplete da sogno.

S. Eto’o 7 - Ancora lui. L’uomo delle finali. 1-0 dalla destra come vuole Guardiola. Dribbling e tiro secco. Poi tanta corsa e sacrificio fino alla fine.

T. Henry 6 - Il più in ombra del tridente, ma stasera importa poco. Spara il possibile 3-0 su Van der Sar. Sostituito per tutelare il vantaggio, TT è felice così.(15 st, Keita sv - copre con dignità)

E. Van der Sar 5,5 - Impreciso nei rinvii, colpevole sul gol. Roma non porta bene ad Edwin che qui aveva già perso una Champions ai rigori contro la Juve. Nulla può sul ko di Messi.

J. O’Shea 5 - Gli gioca davanti a rotazione tutto il tridente del Barça. E lui perde la lucidità. Non riesce ad impostare, né a contrastare.

R. Ferdinand 5,5 - Se Messi segna di testa infilandosi tra lui e Vidic c’è qualcosa che non va. In realtà Ferdinand è più lento del solito e se manca anche il guizzo aereo è notte fonda.

N. Vidic 5 - Chissà se l’allenatore della scuola calcio lo chiamerà a breve. Si gira fatalmente sulla finta di Eto’o. Non stringe sulla pulce sul 2-0. Disastroso.

P. Evra 5 - Non ha il passo. E forse uscirà (questa volta di corsa) dai top-11 della Uefa.

M. Carrick 5,5 - Molle, troppo. Abbagliato da Iniesta e Xavi non sembra poter far nulla sullo strapotere catalano.

J. Park 5,5 - L’uomo di fiducia di Sir Alex corre tanto. A vuoto. Prova qualche inserimento ma viene sempre anticipato. Sostituito da Berbatov per alzare il baricentro della squadra.

L. Anderson 4,5 - Doveva essere il motorino dei diavoli. È rimasto ai box. Si guarda attorno durante il gol dell’1-0. Non si riprende più. (1 st, Tevez 5,5 - tanto coraggio e grinta. Zero profondità. Idolo della curva, cruccio di Ferguson)

R. Giggs 5 - La qualità del centrocampo è stata affidata a lui. Doveva trasformare i contrasti e i muscoli di Carrick-Anderson in palle buone per le punte. Le serate no capitano anche a lui. (20 st, Scholes 5 - Pensava ad una rimonta stile Barcellona 1989. Gli saltano i nervi. Fallaccio su Busquets)

W. Rooney 5,5 - Lotta come un leone. Si vede anche terzino destro. Ma il Manchester aveva bisogno della sua rapidità e dei suoi movimenti in zona gol. Perde il duello con Puyol

C. Ronaldo 5,5 - Primi minuti esplosivi. «Mi piace l’erba dell’Olimpico», aveva detto. Si spegne pian piano. Quando si accorge che non potrà vincere la partita da solo si becca il giallo da frustrazione. Come un terrestre qualsiasi. È il simbolo della Champions persa. E del pallone d’oro che se ne va.



22 maggio 2009

Trenitalia - Alitalia: 3-2

Antonello Venditti contro Giorgio Gaber. Francesco Totti contro Paolo Maldini. Milano e Roma. È sempre stato derby d’Italia. Nella musica, nello sport e ora, anche nei trasporti. Treno contro aereo. Una sfida all’ultimo centesimo. Di secondo e di euro. Perché il tempo è denaro e Trenitalia e Alitalia l’hanno capito. Perché l’asse che unisce «le due capitali» è la più battuta. La sfida più importante. Da vincere a tutti i costi.

La Frecciarossa garantisce il collegamento in 3 ore e 30 minuti. L’Airbus 320 in 1 ora e un quarto. Non solo la differenza di prezzo (33 euro per il treno, fino a 250 euro per l’aereo), ma anche – e soprattutto – check in, collegamenti, servizi offerti, bagagli. Facciamo ordine.

I biglietti si possono comprare on-line. Abbattute le commissioni, Alitalia consiglia un’assicurazione di 5 euro per le valigie. Che non solo rischiano di essere perse (o di arrivare ben dopo il passeggero), ma non possono pesare più di 25 kg. Per il treno tutto questo non è previsto.
Nessun controllo, nessuna fila e la possibilità di utilizzare computer e telefonini. Il treno è in vantaggio sull’aereo, dove tutto questo si può fare solo pagando fino a 2 euro al minuto per una mail. Capitolo check-in. C’è quello elettronico che consente di accorciare i tempi della fila, ma solo a chi possiede la tessera Vip della Sea o di Airone. Per chi non è una Persona Veramente Importante, spintoni e tanti minuti di attesa. 1-0 per il treno.

C’è poi la questione taxi. Arrivati a Fiumicino si può pagare fino a 60 euro per un «passaggio in centro». Il treno arriva alla stazione Termini. A dieci euro di taxi dal Colosseo. Anche qui, punto per il treno. 2-0.

La Freciarossa è veloce e sembra una Ferrari. La monoposto, però. Molti clienti si sono lamentati per la scomodità delle poltrone e per le condizioni igieniche. Anche della prima classe (94 euro). Le gallerie interferiscono con le comunicazioni. Wireless e telefonini funzionano, ma a singhiozzo. 2-1. Sul treno che parte alle 7.30 da Milano Centrale molti posti sono vuoi. L’aereo della stessa fascia oraria, invece, è quasi sempre pieno. 2-2. E la sfida continua. Alitalia aveva un’enorme vantaggio: la frequenza dei voli. Trenitalia ha risposto aumentando le corse. La quota di mercato delle Ferrovie avrebbe superato di slancio il 40%. Tre passeggeri su dieci hanno scelto le rotaie. E, sempre per Alitalia, si prevede un calo della quota di una diminuzione di 700 mila passeggeri e una flessione di 98 milioni l'anno per i ricavi. Finisce 3-2 per il treno. Per ora.